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Archive for the ‘nati per leggere’ Category

Negli anni Cinquanta, i cieli delle città americane (e anche gli schermi dei relativi cinema) pullulavano di oggetti volanti non identificati. L’oggetto che il primo giorno di scuola attraversa il cielo della classe, sotto gli occhi attoniti del professor Frank McCourt, è invece identificabilissimo – in un panino che l’immancabile mamma italiana ha farcito, a beneficio del suo pupo, con peperoni, cipolla, formaggio fuso e mortadella. Se la prima inquadratura del libro risulta quantomeno inattesa, l’epilogo della sequenza, col professore che raccoglie il panino e lo mangia lentamente davanti alla scolaresca annichilita, è destinato a restare. E a farci vivere il clima delle trentatremila ore di lezione (cifre dell’autore) che McCourt terrà nei tre decenni successivi, in varie scuole – tecniche e non – sparse fra Brooklyn, Manhattan e Staten Island. Per ragioni di spazio non tutti i dodicimila rissosi e pestiferi studenti di McCourt compaiono qui – ma la loro fragorosa presenza, filtrata dalla psiche sovraesposta del docente, ci assale e ci delizia. E se i lettori delle “Ceneri di Angela” e di “Che paese, l’America” sanno già cosa aspettarsi da McCourt in termini di sarcasmo, empatia e comicità allo stato puro, quelli di “Ehi, prof!” scopriranno come i tre elementi possano fondersi a caldo in un genere completamente nuovo, che difficilmente troverà, in futuro, epigoni all’altezza.

Terzo ed ultimo libro di Frank McCourt, che ci ha lasciato purtroppo qualche mese fa. È la storia di un Teacher Man (questo il titolo originale dell’opera), zeppa di vivaci aneddoti. Non ci sono pretese saggistiche o didattiche. Il terzo libro di Frank McCourt, dopo Le ceneri di Angela e Che paese, l’America!, è l’autobiografia dello scrittore newyorchese per quel che concerne la sua professione di insegnante. Un insegnante chiamato a indottrinare futuri idraulici e commercianti su ortografia e grammatica. Scuole professionali prima di sbarcare nella Stuyvesant High School, una delle scuole pubbliche più prestigiose. Frank McCourt si considera innanzitutto un miracolato, un sopravvissuto all’infanzia irlandese, che lo ha privato di autostima e ha bloccato il suo sviluppo emozionale. Si sente un miracolato ad avere superato le forche caudine di un’educazione repressiva per approdare all’insegnamento a New York. La scuola diventa per McCourt un’isola. Insegna per trent’anni nelle scuole superiori di New York. E solo nell’aula guadagna uno scambio umano. Solo grazie ai suoi studenti. Fuori dalla scuola McCourt scrive di avere vissuto una vita invisibile. Questo almeno fino alla pubblicazione del suo primo libro Le ceneri di Angela che lo ha portato agli onori della cronaca mondiale. A sessantasei anni suonati. Ed è stato l’attività di insegnante, in quattro diverse scuole professioanali della grande mela a ritardare il suo approccio alla scrittura. Sono i professori universitari che si possono permettere svaghi e tempo libero, anni sabbatici. Sono invece i professori delle superiori che tornano a casa dopo cinque ore di lezione piene e rumorose. Cinque ore di scambi, paure, storie dove ogni ragazzo dei centosettanta ragazzi che ti sono stati assegnati rappresenta l’altra metà dello scambio, la fonte della paura, il protagonista della storia. E alla fine non sai chi da e chi riceve.

Ehi, prof! di Frank McCourt
traduzione di Claudia Valeria Letizia
Milano, Adelphi 2007, 309 p.

Le prime pagine

Eccoli che arrivano. E io non sono pronto. Come potrei? Sono un insegnante nuovo e sto imparando il me­stiere. II primo giorno della mia carriera rischiai di farmi li­cenziare per aver mangiato il panino di un alunno. Il secondo giorno rischiai di farmi licenziare per aver ac­cennato alla possibilità di andare con una pecora. A parte ciò, non c’è stato niente di particolarmente rile­vante nei miei trent’anni di insegnamento nelle scuole superiori di New York. Spesso mi è sorto il dubbio che non fosse quella la mia strada; alla fine mi sono chiesto come abbia fatto a resistere tanto. Marzo 1958. Sono seduto alla cattedra di un’aula vuota dell’Istituto Tecnico e Professionale McKee, di­stretto di Staten Island, città di New York. Giocherello con gli strumenti della mia nuova occupazione: cinque cartelline di carta di manila, una per ogni classe; un mucchietto di elastici rinsecchiti; un blocco di carta a righe del tempo di guerra fatta con chissà cosa, tutta macchiettata di marrone; un cancellino sdrucito; un prospetto dei banchi che terrò nelle pagine del regi­stro rosso squinternato, per aiutarmi a ricordare i no­mi degli oltre centosessanta ragazzi di cinque classi di­verse che ogni giorno si metteranno seduti in que­st’aula. Segnerò presenze, assenze e ritardi e appun­terò una nota quando qualcuno di loro combinerà qualcosa che non deve. Mi è stato detto di tenere una penna rossa per le malefatte, ma la scuola non me l’ha fornita, perciò mi tocca compilare un modulo per ri­chiederla o andarmela a comprare in un negozio, per­ché la penna rossa delle malefatte è l’arma più poten­te dell’insegnante. Dovrò andarmi a comprare tante cose. L’America di Eisenhower è un paese prospero, ma la prosperità non tocca le scuole e tanto meno gli insegnanti nuovi che hanno bisogno di materiale. In una circolare il vicepreside ricorda a tutti gli insegnan­ti che il Comune sta attraversando un momento di cri­si e ci invita alla parsimonia. Stamattina devo prendere qualche decisione: tra un attimo suonerà la campanel­la, gli alunni sciameranno nell’aula e che cosa diranno se mi vedono dietro la cattedra? Ehi, guardate: il pro­fessore si nasconde. Gli alunni la sanno lunga. Se stai seduto in cattedra vuoi dire che hai paura o che sei pi­gro. Che usi la cattedra come una barriera. La cosa mi­gliore è alzarsi in piedi e affrontarli da uomo. Assu­mersi la responsabilità delle proprie scelte. Fa’ uno sbaglio il primo giorno e ti ci vorranno mesi per recu­perare.

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Hei, prof! su YouTube

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Il piccolo pamphlet di Amos Oz Contro il fanatismo è un gioiello più che un libro, un’opera di poche pagine (78), che non dovrebbe mancare in nessuna biblioteca e in nessuno scaffale di casa. Dall’inizio della II Intifada quattro anni fa, è difficile sentire nella baraonda generale delle parole sensate su quanto succede in Medio Oriente, parole non gridate, come quelle di Oz. Ancora una volta questo scrittore straordinario che confessa di raccontare tutto da un punto di vista “ebraico-israeliano”, unendo in questo modo l’identità israeliana a quella diasporica, ci sorprende con la sua capacità di creare una prosa fluida e semplice, scorrevole e incisiva a un tempo. Anche il suo messaggio è semplice: il conflitto israelo-palestinese per lui “non è una storia nero su bianco. Niente buoni da una parte e niente cattivi dall’altra. Non è un film western, e nemmeno un western capovolto”. Già da queste parole, soprattutto tenendo conto di quanto Amos Oz da bambino amasse i film western o sognasse di diventare un eroe con la pistola in pugno, egli ci porta lontano dal romanticismo e da una visione manichea ed ideologica della situazione. “In Europa”, scrive, “molto spesso, davvero molto spesso, incontro persone impazienti, sempre ansiose di sapere per ogni storia, per ogni scontro, chi siano i “buoni” e chi i “cattivi”, chi va appoggiato e chi va preso di mira con la protesta… E invece la mia percezione, la mia esperienza formativa, mi dicono che nel conflitto fra ebrei israeliani e arabi palestinesi non ci sono “buoni” e “cattivi”. C’è una tragedia: il contrasto fra un diritto e l’altro”. In queste lezioni tenute a Tübingen lo scrittore israeliano si rivolge ai giovani e propone loro di riflettere sul significato del compromesso. In Europa è di moda essere “filo-palestinese”, “anti-israeliano”, per quanto queste espressioni non abbiano significato alcuno e siano concetti lontani dalla realtà, che non la spiegano, ma al contrario la mitizzano, la strumentalizzano a fini ideologici. La parola “compromesso” rompe questo schermo che ci separa dalla realtà, ci costringe a confrontarci con essa. Nelle parole di Amos Oz: “questa parola gode di una pessima reputazione nei circoli idealistici d’Europa, in particolare fra i giovani. Il compromesso è considerato come una mancanza d’integrità, di dirittura morale, di consistenza, di onestà. Il compromesso puzza, è disonesto. Non nel mio vocabolario. Nel mio mondo, la parola compromesso è sinonimo di vita. È dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte”. Il messaggio è sociale, ma anche politico: “Questa è una battaglia fra fanatici convinti che il fine, qualunque sia questo fine, giustifichi i mezzi, e noi altri, convinti invece che la vita sia un fine, non un mezzo. È una battaglia fra coloro per i quali la giustizia, in qualunque modo essi intendano questa parola, è più importante della vita, e noi che pensiamo che la vita venga prima di tantissimi altri valori, convinzioni o fedi”. “I fanatici sono quasi sempre degli incorreggibili romantici, preferiscono il sentimento al pensiero, e sono affascinati dalla loro stessa morte. Disprezzano questo mondo e lo barattano volentieri in cambio del ‘cielo’”. Con questa timida incursione nel campo della storia delle idee, che sembra riecheggiare il bellissimo libro di Isaiah Berlin, Le radici del romanticismo (è stato tradotto anche in ebraico), la voce di Amos Oz ha il potere di ridare speranza, proprio per il fatto che viene da un posto dove avere speranza sembra impossibile. Con una immagine efficace, che vorrei eleggere a motto, egli riporta il famoso verso del poeta inglese John Donne, nessun uomo è un isola, ma dice di voler aggiungere: “siamo tutti penisole, per metà attaccate alla terraferma e per metà di fronte all’oceano, per metà legati alla famiglia e agli amici e alla cultura e alla tradizione e al paese e alla nazione e al sesso e alla lingua e a molte altre cose. Mentre l’altra metà chiede di essere lasciata sola, di fronte all’oceano. Credo che ci si debba lasciare il diritto di restare penisole. Ogni sistema sociale e politico che trasforma noi in un’isola darwiniana e il resto del mondo in un nemico o un rivale, è un mostro”.

tratto dal sito Feltrinelli
"Israele. net"
Claudia Rosenzweig, Del diritto di restare penisole.
A proposito di Contro il fanatismo, di Amos Oz

Contro il fanatismo / Amos Oz
traduzione di Elena Loewenthal
Milano, Feltrinelli 2008, 78 p

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Siamo a Parigi in un elegante palazzo abitato da famiglie dell’alta borghesia. Ci vivono ministri, burocrati, maîtres à penser della cultura culinaria. Dalla sua guardiola assiste allo scorrere di questa vita di lussuosa vacuità la portinaia Renée, che appare in tutto e per tutto conforme all’idea stessa della portinaia: grassa, sciatta, scorbutica e teledipendente. Niente di strano, dunque. Tranne il fatto che, all’insaputa di tutti, Renée è una coltissima autodidatta, che adora l’arte, la filosofia, la musica, la cultura giapponese. Cita Marx, Proust, Kant… Dal punto di vista intellettuale è in grado di farsi beffe dei suoi ricchi e boriosi padroni. Poi c’è Paloma, la figlia di un ministro ottuso; dodicenne geniale, brillante e fin troppo lucida che, stanca di vivere, ha deciso di farla finita (il 16 giugno, giorno del suo tredicesimo compleanno, per l’esattezza). Fino ad allora continuerà a fingere di essere una ragazzina mediocre e imbevuta di sottocultura adolescenziale come tutte le altre, segretamente osservando con sguardo critico e severo l’ambiente che la circonda.
Due personaggi in incognito, quindi, diversi eppure accomunati dallo sguardo ironicamente disincantato, che ignari l’uno dell’impostura dell’altro, si incontreranno solo grazie all’arrivo di monsieur Ozu, un ricco giapponese, il solo che saprà smascherare Renée.
Le pagine scivolano leggere fra i dotti rimandi e la lingua forbita di Renée e il parlato acerbo di Paloma, mentre l’ironia pungente non risparmia l’ipocrisia imperante nei quartieri chic. Quando ci s’imbatte in tale miscela di leggerezza e umorismo, cultura e profondità, è un piccolo miracolo.

L’eleganza del riccio è un libro apparentemente semplice che cela diversi livelli di lettura. Il primo, superficiale, ha portato alcuni a disprezzarlo e altri a fraintenderlo. Eppure non c’è snobismo o pedanteria, non c’è intenzione di sminuire il lettore e di ridurlo a spettatore ignaro e passivo.
Certamente lo studio della filosofia aiuta a comprendere alcuni passaggi in maniera più completa, giacché la Barbery ha la tendenza di esporre le proprie istanze filosofiche per bocca delle sue protagoniste, che a volte sembrano la personificazione dell’autrice, più che il loro personaggio.
Il succo però è che la Barbery vuole sottolineare come la cultura sia alla portata di tutti, se si ha la volontà di perseguirla, e non solo appannaggio di accademici paludati. Non è quindi snobismo, tutt’altro. Anzi dietro alle persone più insospettabili può celarsi una persona colta.
Forte quindi è il tema della maschera assunta dalle due protagoniste. Una si cela sotto l’apparenza dello stereotipo più classico della portinaia, sciatta e ignorante, dedita alla televisione e non troppo sveglia. All’altra, una dodicenne assai precoce, il gioco riesce più difficile in quanto celare la propria intelligenza, ridurla a standard normali è impossibile.
Questo porta Paloma alla constatazione della mediocrità della propria famiglia e combattuta tra la sua maturità mentale e il classico disagio adolescenziale, decide di farla finita portando con sé le certezze materiali dei mediocri genitori.
A svelare entrambe, non a caso, sarà un ricco e colto giapponese; la maschera infatti è un tema dominante della società nipponica.
Saranno quest’ultimo e Reneè la portinaia a introdurre Paloma a un mondo diverso.
La narrazione è divisa tra le voci delle due donne, l’una in prima persona, l’altra sotto forma di diario. Il risultato è un romanzo ricco di significati e di delicate sensazioni che si legge d’un fiato.

recensione tratta dal blog  The Cottage

L’ eleganza del riccio / Muriel Barbery
traduzione dal francese di Emanuelle Caillat e Cinzia Poli
Roma , Edizioni e/o 2008, 321 p.

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Nella serie infinita dei numeri naturali, esistono alcuni numeri speciali, i numeri primi, divisibili solo per se stessi e per uno. Se ne stanno come tutti gli altri schiacciati tra due numeri, ma hanno qualcosa di strano, si distinguono dagli altri e conservano un alone di seducente mistero che ha catturato l’interesse di generazioni di matematici. Fra questi, esistono poi dei numeri ancora più particolari e affascinanti, gli studiosi li hanno definiti “primi gemelli”: sono due numeri primi separati da un unico numero. L’11 e il 13, il 17 e il 19, il 41 e il 43… Man mano che si va avanti questi numeri compaiono sempre con minore frequenza, ma, gli studiosi assicurano, anche quando ci si sta per arrendere, quando non si ha più voglia di contare, ecco che ci si imbatterà in altri due gemelli, stretti l’uno all’altro nella loro solitudine.
Mattia e Alice, i protagonisti di questo romanzo, sono così, due persone speciali che viaggiano sullo stesso binario ma destinati a non incontrarsi mai. Sono due universi implosi, incapaci di aprirsi al mondo che li circonda, di comunicare i pensieri e i sentimenti che affollano i loro abissi. Due storie difficili, due infanzie compromesse da un pesante macigno che si trascina nel tempo affollando le loro fragili esistenze fino alla maturità. Tra gli amici, in famiglia, sul lavoro, Alice e Mattia, portano dentro e fuori di sé i segni di un passato terribile. La consapevolezza di essere diversi dagli altri non fa che accrescere le barriere che li separano dal mondo fino a portarli a un isolamento atrocemente atteso.
Paolo Giordano descrive la parabola di queste due giovani esistenze attraverso parole commosse eppure lucidissime. Il tono del romanzo cresce man mano che ci si inoltra nel racconto e nelle vite dei protagonisti. Anche la sintassi e la complessità della frase si evolvono man mano che i due ragazzi crescono, guidandoci in un percorso che conduce lentamente verso significati più acuti. Le descrizioni quasi elementari dei primi capitoli, quando le vite di Mattia e Alice devono ancora incrociarsi, lasciano il posto a una profondità di pensiero imprevedibile e inaspettato. Il linguaggio si affina, le frasi si intrecciano, i pensieri si complicano.
La solitudine dei numeri primi è un romanzo che ci cresce tra le mani, che parte in sordina per esplodere nel finale, è un opera delicata e terribile allo stesso tempo in cui, al posto degli adolescenti belli e perfetti che affollano le pagine dei romanzi contemporanei, emergono due protagonisti imperfetti e marginali.
I turbamenti e le cicatrici, i fallimenti mai confessati e l’incapacità di vivere quelli che normalmente sono considerati successi, insomma tutta l’umanità scartata dagli altri scrittori, entra nelle pagine di Paolo Giordano. Questo giovane fisico torinese, con la sua opera prima, sposta il baricentro del mondo verso l’angolo oscuro e disprezzato della società, facendo leva, come un moderno Galileo, sulla vita dei suoi ragazzi speciali.
L’ennesima dimostrazione della vivacità che caratterizza la generazione dei trentenni italiani, un esperimento ben riuscito che conferma una regola elementare: a volte basta spostare il punto di osservazione perché un altro universo ci esploda, meravigliosamente, tra le mani.
tratta da IBS

La solitudine dei numeri primi / Paolo Giordano, Mondadori 2009, pag. 304

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pagina 129

I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell’infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari e per questo Mattia li trovava meravigliosi. Certe volte pensava che in quella sequenza ci fossero finiti per sbaglio, che vi fossero rimasti intrappolati come perline infilate in una collana. Altre volte, invece, sospettava che anche a loro sarebbe piaciuto essere come tutti, solo dei numeri qualunque,  ma che per qualche motivo non ne fossero capaci.
Il secondo pensiero lo sfiorava sopratutto di sera, nell’intrecciarsi caotico di immagini che precede il sonno, quando la mente è troppo debole per raccontarsi delle bugie.

In un corso del primo anno Mattia aveva studiato che tra i numeri primi ce ne sono alcuni ancora più speciali. I matematici li chiamano primi gemelli: sono coppie di numeri primi che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perché fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero. Numeri come l’11 e il 13, come il 17 e il 19, il 41 e il 43. Se si ha la pazienza di andare avanti a contare, si scopre che via via queste coppie si diradano. Ci si imbatte in numeri primi sempre  più isolati, smarriti in quello spazio  silenzioso e cadenzato fatto solo di cifre e si avverte il presentimento angosciante che le coppie incontrate fino a lì fossero un fatto accidentale, che il vero destino sia quello di rimanere soli. Poi, proprio quando ci si sta per arrendere, quando non si ha più voglia di contare, ecco che ci si imbatte in altri due gemelli, avvinghiati stretti uno all’altro. Tra i matematici è convinzione comune che per quanto si possa andare avanti, ve ne saranno sempre altri due, anche se nessuno può dire dove, finché non li si scopre.

Mattia pensava che lui e Alice erano così, due primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero. A lei non l’aveva mai detto […]

(dedicata alla prof. Benegiamo)

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Quando si deve parlare di un libro che ha riscosso gran successo, non è semplice trovare parole che si distinguano dal coro di approvazione delle critiche lette finora: la lettura di questo romanzo vi porterà a riflettere, la prossima volta che sentirete parlare dell’ennesima strage fra Sciiti e Sunniti. Questo libro parla dell’amicizia nata fra due bambini di etnie diverse, i Pastun e gli Hazara, nel periodo più felice, trascorso fra i giochi, la spensieratezza, immersi ad ascoltare le favole raccontate all’ombra di un albero. Amir e Assan cresceranno fra la severità imposta a scuola, il timore del giudizio divino per chi non rispetta le regole, e gli insegnamenti di genitori severi ma giusti, preoccupati di far capire loro l’importanza del rispetto e della libertà del prossimo.
Assan è un ragazzo dalla grande sensibilità, incapace di mentire. Possiede un grande talento nell’intuire subito la vera natura delle persone, mentre al contrario, Amir deve il suo carattere chiuso al difficile rapporto con un padre severo, e alla continua ricerca della sua approvazione. Hanno due caratteri diversi ma l’importanza della loro amicizia li terrà sempre uniti nel tempo, anche quando le loro strade si divideranno.

Il 17 luglio 1973 cambia la storia dell’Afghanistan, scoppia una guerra che ancora oggi, a oltre trent’anni di distanza, non ha fine. Con l’arrivo dei soldati russi, Amir e il padre scappano da Kabul e si rifugiano in America, dove tenteranno di vivere con piccoli lavori, e dove il padre farà grandi sacrifici per permettergli di studiare. Si narra la storia di personaggi legati fra loro da un destino che a volte lascia l’amaro in bocca, ma altrettanto spesso fa riscattare gli errori commessi in passato, dando la possibilità di ricominciare.

Il giudizio del sito  amazon.com dice testualmente: “ Questo libro ha un solo difetto: lo si divora troppo in fretta”. Aveva ragione. Il romanzo è talmente avvincente e straordinario che  si legge in un paio di giorni o poco più, nonostante le 390 pagine.

Il cacciatore di aquiloni / Khaled Hosseini, traduzione di Isabella Vaj
Casale Monferrato AL, Edizioni Piemme  2008, 390 pag.

pagina 68

“Sono pronto” annunciai.
Il suo viso si illuminò. Alzò sopra la testa il nostro aquilone, rosso con i bordi gialli, con incisa sull’intelaiatura l’inconfondibile firma di Saifo. Si leccò le dita e le tenne in alto per saggiare la direzione del vento, poi partì come un fulmine. Il rocchetto si srotolò nelle mie mani fino al momento in cui Hassan si fermò, a un centinaio di metri. Teneva l’aquilone sopra la testa come un atleta olimpionico da medaglia d’oro. Diedi due strappi al filo, il nostro segnale e Hassan lanciò l’aquilone…

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Credete sia possibile infilare nello stesso libro i fumetti, il cinema, Flaiano, Il Conte di Montecristo, Maria Corti, Sheckley, la fisica, Star Trek, il teletrasporto, il partigiano Johnny, la musica, Gibson, Philips K. Dick e Doris Day? Marco Bacci ce la fa e catapulta il lettore sulle divertentissime montagne russe mentali dove il gioco si alterna alla riflessione, la malinconia all’azione. La copertina del libro è nata da un vero e proprio concorso organizzato in collaborazione con l’Università IUAV di Venezia coinvolgendo gli studenti del “Laboratorio di design editoriale”.

Marco Bacci, Supervita Marsilio, Milano, 2000  pag.345
genere: gialli e fantasy

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pagina 291

Le variazioni Goldberg

1. Domani

Si materializzò alle 9.25 di giovedì 10 al piano terra, arrivi internazionali, nella folla dei passeggeri di almeno tre voli notturni da New York, da Hong Kong e da Tokyo. Indossava la camicia rossa che aveva trovato in saldo la mattina di venerdì 11 ai grandi magazzini. Le piaceva, la faceva sentire sicura di sé. E aveva bisogno di sentirsi sicura di sé. Uscì con disinvoltura, prese un taxi e diede l’indirizzo dello studio.

«Da dove arriva?» chiese l’autista. Aveva notato che era senza bagagli.

«Dal futuro…» rispose lei con un sorriso nervoso.

Lui infilò la testa tra le spalle e riprese a guidare.

Nello studio preparò il fax che si era dimenticata di lanciare il giorno 10. Tirò un sospiro di sollievo e decise di concedersi un po’ di relax. Tornò ai grandi magazzini. Magari avrebbe trovato qualcosa che l’11 era già sparito… Mentre vagava lentamente cercando di orientarsi tra i saldi, udì un tonfo sordo e un grido soffocato, a cui seguì un istante di silenzio assoluto. Si avvicinò a un gruppo di persone che osservava una donna la cui testa, parte del collo, le mani e un ginocchio sporgevano dal muro. Sembrava un manichino eccentrico a cui avessero colato intorno con cura cemento, o una scultura spettrale. La donna che emergeva dal muro apriva e chiudeva la bocca con affanno. L’espressione era incredula. Qualcuno iniziò a gridare e scoppiò il caos. Commesse con le mani nei capelli, sirene dalla strada, un via vai di paramedici sconvolti e alla fine un pompiere che puntava un martello pneumatico sulla parete. La donna si lamentò debolmente: «Non sento più le gambe.» Il pompiere fece partire il martello pneumatico e il muro si sgretolò piano, quasi con delicatezza. Aprì una breccia, continuò con una leva, alla fine prese a scalzare frammenti a mani nude. Il muro andò a pezzi, liberando il corpo. Ma il corpo non c’era. Caddero in progressione il ginocchio con parte della coscia e un frammento di tibia, la mano destra e la sinistra fino al polso. La donna continuava a lamentarsi: «Non sento più le gambe», il pompiere ansimava, si voltava atterrito, deglutiva. Le gambe non c’erano. Quando toccò i mattoni attorno alla testa; la testa si inclinò e gli cadde in grembo. La donna sospirò, anzi, ma forse era un rantolo, un soffio. Il pompiere si chinò sulla bocca allargata. «Morta…» disse incredulo.

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Bologna. C’è un serial killer, l’Iguana, che uccide studenti universitari fuori sede; il compito di catturarlo è affidato ad una giovane ispettrice di polizia, istintiva e testarda, Grazia Negro. Il primo ostacolo da superare sarà per lei la diffidenza dei colleghi che non credono che l’Iguana esista davvero; ma ad aiutarla c’è Simone, un ragazzo cieco che conosce la città attraverso i suoi apparecchi radio. Per lui l’Iguana è una voce verde, verde e raschiante, diversa da tutte le altre perché spaventosamente strana, aliena. Insieme, Grazia e Simone, dovranno trovarlo per impedire che continui a terrorizzare Bologna attraverso i suoi spaventosi delitti.

Lucarelli Carlo, Almost Blue Einaudi, Torino, 1997, 194 p.
genere: thriller

pagina 7

…Ecco, ad esempio, per me una bella ragazza, per essere davvero bella, dovrebbe avere la pelle bianca e i capelli biondi.

Ma se fosse veramente bella, allora avrebbe i capelli blu.

Ci sono anche colori che hanno una forma. Una cosa rotonda e grossa è sicuramente rossa. Ma le forme non mi interessano. Non le conosco. Per conoscerle bisogna toccarle e a me toccare non piace, non mi piace toccare la gente. E poi con le dita sento solo le cose che ho attorno, mentre con le orecchie, con quello che ho dentro la testa, posso arrivare lontano. Preferisco i rumori.

Per questo uso lo scanner. Tutte le sere, salgo in camera mia e metto sul piatto un disco di Chet Baker. Sempre lo stesso, perché mi piace il suono della sua tromba, tutte quelle p, piccole e profonde, che mi girano attorno e mi piace la sua voce che canta piano, come se venisse da dietro la gola e facesse fatica a uscire e per farlo si dovesse soffiare con tanto impegno da dover chiudere gli occhi. Soprattutto quel pezzo, Almost Blue, che io punto per primo, anche se è l’ultimo. Cosi tutte le sere e tutte le notti aspetto che Almost Blue mi scivoli lentamente in fondo alle orecchie, che la tromba, il contrabbasso, il pianoforte e la voce diventino la stessa cosa e riempiano il vuoto che ho dentro la testa.

Allora, accendo lo scanner e ascolto le voci della città…


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